Diritto alla salute: la difficoltà di partorire in Africa

Nella bellissima “Africa Rivista” ho letto un articolo molto interessante che racconta della grande difficoltà che hanno le donne nel partorire in Africa. E i motivi sono diversi, non sempre legati alla povertà o mancanza di collegamenti tra villaggi e centri sanitari.
Mi hanno colpito le storie di Flaviour, Betty, Halima e Natalia: donne che aiutano altre donne in contesti difficili, con coraggio e cercando sempre di garantire loro il diritto di far nascere una vita in sicurezza.

Come la storia Flaviour Nhawu, esperta in salute pubblica, che lavora per aiutare le donne a raggiungere i centri sanitari con veri e propri servizi di emergenza. Insieme a lei volontari sentinella e un buon sistema di barche hanno aiutato a dimezzare la mortalità materna dell’area. Una mattina accompagna Kadi, una donna di 35 anni che cerca di raggiungere il primo centro sanitario di Bendu. Siamo in Sierra Leone e dall’isola in cui vive ci vogliono venti minuti di motoscafo e un quarto d’ora a piedi per raggiungere il luogo dove nascerà il suo bambino.


In Uganda invece Betty Agan, capo ostetrica nel centro sanitario rurale di Lorengechora, lavora per unire con rispetto i protocolli medici agli usi locali, per i quali ad accogliere un neonato dovrebbe essere una persona di famiglia. Ci vuole tempo e pazienza per far capire che le donne si possono fidare delle ostetriche, e che la scelta di accedere ad un centro sanitario porta ad un parto sicuro sia per la mamma che per il bambino.
Il Karamoja ad oggi è la zona che registra un tasso di mortalità materna più che doppio rispetto a quello nazionale (750 contro 343), e solo il 55% della sua popolazione vive a meno di 5 chilometri da uno dei 5 ospedali o 128 centri sanitari periferici, lo standard minimo d’accessibilità stabilito dall’Oms. Betty Agan, nel suo piccolo, sta invertendo la rotta, ed è stata premiata dal governo ugandese come migliore levatrice del Karamoja.


Per il diritto alla salute combatte anche Halima Haruna Yusuf, dottoressa di 29 anni che lavora nel Borno, lo Stato della Nigeria più martoriato dagli attacchi del gruppo terroristico Boko Haram. Al contrario del 35% dei medici fuggiti altrove, Halima ha scelto di dedicarsi ai problemi riproduttivi femminili a Gamboru Ngala, una città al confine con il Camerun, semidistrutta dal conflitto e controllata dall’esercito nigeriano. «La situazione è troppo instabile – dice Halima trattenendo la rabbia –. Se una donna incinta ha complicazioni di notte, trova i centri sanitari chiusi per il coprifuoco, e rischia di morire». Nel centro di salute della ong italiana Intersos, la dottoressa macina visite, esegue test per la malaria, vaccina bambini, esamina pancioni aiutando le donne in difficoltà.


Anche Natalia Chimundi combatte una battaglia quotidiana: quella dell’Hiv e dello stigma ancora legato al virus. Vive a Beira, la seconda città del Mozambico e come psicologa affianca le adolescenti in gravidanza nei centri aperti dal ministero della Sanità per sensibilizzare i giovani sull’aids. E per tante mozambicane incinte, la prima visita prenatale è insieme gioia e sgomento: «Per la prima volta si sottopongono al test dell’Hiv e, accanto alla felicità per il nascituro, capita la scoperta di essere sieropositive», dice Natalia.

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